Set 26

Positivo un bovino di 13 anni in un’azienda lombarda. Il centro nazionale per la Bse: «Situazione sotto controllo». Ma il Codacons ordina controlli

TORINO

Primo caso di mucca pazza nel 2008, dopo i 142 casi totali registrati in Italia dal 2001. Il morbo della Bse è stato riscontrato, in Lombardia, su un bovino di tredici anni, proveniente da un’azienda del lodigiano. Da 21 mesi non si avevano casi analoghi. Secondo l’Istituto zooprofilattico di Torino, che ha eseguito le analisi sulla materia cerebrale del capo macellato, l’animale potrebbe aver contratto la malattia nel suo primo anno di vita, quindi 12 anni fa, dopo essersi nutrito con mangimi contaminati. Si tratta di un caso di Bse di tipo classico, contratto appunto attraverso l’alimentazione con farine miste di carne e ossa.

«È un chiaro segnale che la malattia è sotto controllo - spiega la responsabile del Centro nazionale per la Bse, Maria Caramelli, raggiunta telefonicamente - L’animale andrà distrutto, l’azienda è sotto controllo e non c’è nessun rischio che carni contaminate possano arrivare sulle tavole dei consumatori». Inoltre, il fatto che si tratti del primo caso dell’anno dopo 21 mesi, dimostra «l’evidente declino dell’epidemia», rassicura la Caramelli. Attualmente nei mangimi animali, aggiunge, la farina di carne e ossa è scomparsa. «Dai controlli eseguiti oggi non risulta, mentre nel 2000 - ricorda - circa un terzo dei mangimi risultava contaminato».

Quanto all’epidemia di Bse, l’Italia «registra oggi livelli di incidenza tra i più bassi in Europa». Dall’inizio della sorveglianza nel 2001, quasi cinque milioni di bovini sono stati analizzati. «Di recente - sottolinea Maria Caramelli - l’Italia ha ottenuto la certificazione europea che del fatto che la Bse è sotto controllo». Bovini e ovini che vanno al macello sono controllati. «Il vero rischio è rappresentato dalla macellazione clandestina - osserva infine la responsabile del centro nazionale per la Bse - e per quelle carni che possono arrivare senza controllo dai paesi fuori dall’Europa». Continue reading »

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Set 23

la Repubblica.it | Che i rutti, le feci e le flatulenze delle mucche siano responsabili dell’effetto serra oramai è una certezza. Ma i ricercatori ancora non hanno trovato un accordo sul peso delle emissioni addebitabili ai bovini. Così un team di scienziati argentini del National Institute of Agricultural technology di Castellar ha messo a punto uno scenografico metodo per collezionare le emissioni animali. Una cisterna gonfiabile in plastica leggera viene montata sul dorso delle mucche e collegata agli ignari bovini, “un sistema non invasivo - assicurano i ricercatori - che permetterà di analizzare i gas emessi dagli animali e avere dati precisi”

foto e articolo orginale

Commento di Claudio Costa:

LA FIERA DELLE FLATULENZE

Guardatevi la figura 7!

Da veterinario zootecnico che il sistema non sia invasivo: è una balla clamorosa!

Hanno inserito una cannula bucando l’addome fino al rumine ( operazione di emergenza in caso di meteorismo ruminale). In Europa una sperimentazione simile non sarebbe mai stata autorizzata.

Io una bella cannula nel cieco la infilerei a quello che ha inventato questo sistema. Il sistema è invasivo e a rischio peritonite, potrebbe essere anche da denuncia alla protezione animali.

Aggiungo che  il tentativo non è quello di misurare il metano prodotto dai ruminanti, come affermato da Repubblica, ma recuperarlo.
Si conosco da decine di anni le emissioni dei ruminanti al variare di centinaia di diete diverse, ci sono infatti le camere metaboliche dove i gas delle emissioni sono analizzati.

Nel sacco sopra il dorso della povera vacca invece non defluirà tutto il metano, che continuerà, in granparte ad essere emesso con l’eruttazione, ma c’è il rischio che siano captati nel sacco anche gli a.g.v. (acidi grassi volatili) oltre al metano. Questo sarebbe un danno eorme per il bovino perchè gli a.g.v. fanno parte del nutrimento dell’animale in quanto sono assorbiti dalla parete del rumine.

L’effetto serra zoogenico è inesistente gli animali come gli uomini mettono in circolo il carbonio prelevato dalle piante qualche mese prima, non c’è perturbazione aggiuntiva come nella combustione dei carburanti fossili.

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Set 09

L’articolo tratto da “L’Espresso” del 10/ 07/2008 s’intitola:
Una mucca salverà la terra” Di J. Rifkin che potete leggere all’indirizzo in nota (1)
sottotitolo:

“La produzione di carne è responsabile delle carestie e del cambiamento climatico.”

L’affermazione che la produzione di carne è responsabile dei cambiamenti climatici non ha alcun fondamento scientifico e danneggia la zootecnia. In questa critica si analizzerà il perché, le parti in corsivo, tra virgolette, sono le citazioni dall’articolo.

Innanzitutto la biografia
J. RIFKIN: Economista, pacifista, ambientalista e vegetariano, ha operato come consigliere personale sulle questioni energetiche di Romano Prodi all’epoca dell’incarico di Presidente della Commissione Europea di quest’ultimo. È stato consulente per il Ministero dell’Ambiente della Repubblica Italiana.
Ha scritto tra gli altri volumi: Ecocidio. Ascesa e caduta della cultura della carne (Mondadori, 2001) ed è stato ospite di “Che tempo che fa” di F. Fazio .(2)

Non c’è da stupirsi del terrorismo alimentare immotivato (senza che il ministero intervenga) ad es. su BSE e aviaria, o di certe leggi che umiliano la zootecnia se i consulenti sono questi! L’ultimo esempio è la normativa nitrati.

Cito:

“L’impressionante aumento dei prezzi energetici dello scorso anno ha determinato un aumento altrettanto impressionante dei prezzi dei generi alimentari in tutto il mondo. La crisi è stata esacerbata dalle ripercussioni ‘in tempo reale’ che il cambiamento del clima sta avendo sull’agricoltura, in primis siccità, alluvioni e altri cataclismi climatici che hanno pesantemente inciso sulla produzione degli alimenti di base in molte aree del mondo.”

L’aumento dei costi energetici ha determinato un incremento dei costi di tutti i prodotti del mondo, in qualsiasi settore, ma i cereali sono cresciuti di più perché ad es. per il mays: il raccolto da record previsto per la stagione 2007/2008 a livello mondiale (767 milioni di tonnellate secondo le stime dell’International Grains Council di novembre) soddisfa appena una domanda mondiale pari a 762 milioni di tonnellate. La crescita principale per i consumi del mais a livello globale è fortemente legata alla produzione di etanolo (+25% corrispondente a circa 173 milioni di tonnellate), ma non bisogna dimenticare che l’utilizzo principale a livello mondiale riguarda l’alimentazione del bestiame (475 milioni di tonnellate), una domanda che potrà solo crescere in risposta all’aumento dei consumi di carne nei paesi emergenti.(3)
L’aumento della domanda è correlato sia alla crescita demografica e zootecnica, sia all’uso di biocarburanti, infatti, in primavera le aziende produttrici di etanolo, rastrellando i future del mays ancora da seminare, ne determinarono un’impennata dei prezzi.
Il rialzo non è correlato ai cambiamenti climatici e la crisi energetica non giustifica l’aumento così marcato dei prezzi dei cereali.

“L’umanità non sopravviverà se i più ricchi del pianeta non attueranno una drastica inversione di rotta nella loro alimentazione. Questa è la realtà.”

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written by admin2