Parte prima
Per parlare di emissioni zoogeniche prendo spunto da un recente articolo sul corriere della sera: “La bistecca che distrugge il pianeta” (1) che cito:
“L’impatto ambientale del consumo di carne è molto più devastante di quanto non si sia pensato fino ad ora. Lo affermano gli scienziati americani Robert Goodland e Jeff Anhang, co-autori di Livestock and Climate Change, uno studio pubblicato sull’ultimo numero dell’autorevole World Watch Magazine dove affermano che oltre metà dei gas serra (o GHG) prodotti oggi dall’uomo sono emessi dagli allevamenti industriali di bestiame”
La rivista sarà anche autorevole ma non è soggetta a nessuna revisione scientifica e infatti le affermazioni e i metodi usati per ottenere i dati sono molto discutibili. Gli autori del rapporto citato dal corriere della sera sono due consulenti ambientali che lavorano per una banca molto importante, la World Bank Group, un’insieme di 5 associazioni che si occupa di finanziare i paesi in via di sviluppo.
cito: “Per la produzione di 225 grammi di patate si emette una quantità di CO2 pari a quella generata dal guidare un’auto per 300 metri. Per la stessa quantità di asparagi, è come guidare la stessa auto per 440 metri. Per la carne di pollo, molto di più: 1,17 km, per il maiale 4,1 km, per il manzo 15,8 chilometri.”
Per fare i confronti non si parla di equipollenza proteica, nemmeno di equivalenza calorica, ma si va a peso: 225 gr di asparagi paragonati a 225 gr di manzo.
Per fare un confronto serio tra due diete, queste devono essere bilanciate sia nelle calorie, sia nelle proteine e bisogna considerare l’intera filiera alimentare. La differenza nelle emissioni totali di gas serra antropogenici stimate per le due diete, potrebbe indicare la possibile riduzione di emissioni.
Per fare un confronto sui valori proteici di una dieta bisogna considerare il valore biologico e la digeribilità della proteina vegetale nei confronti di quella animale, ma anche l’appetibilità reale.
La proteina di origine animale è una proteina completa basata sul suo profilo di aminoacidi (cioè ha un’alta costellazione aminoacidica) e ha circa 1,4 volte il valore biologico delle proteine vegetale.(3) La proteina vegetale cruda è scarsamente digeribile (piselli) o addirittura tossica (soia), cotta è comunque meno digeribile della proteina animale, che invece è altamente digeribile anche cruda.
L’appetibilità e la possibilità reale di una sostituzione è pure importante: che si mangi il tofu va bene, ricordo che per fare 1 kg di tofu in ss però ne servono 2 di soia in ss, che si mangi il fagiolo di soia invece è un po’ una teoria. Per quanto riguarda l’appetibilità il tofu, per me insapore, non sarà mai come una fetta di prosciutto crudo, o come una fetta di quartirolo lombardo.
Quindi l’intera filiera produttiva della proteina animale proveniente da carne, latte, uova, pesce, molluschi, e derivati andrebbe confrontata con la filiera produttiva per produrre:
- un equivalente in kilocalorie di cereali e tuberi: questo comporta sicuramente un risparmio energetico e quindi di emissioni.
- Un equivalente in proteina animale per una dieta vegetariana quindi proveniente da latte uova e derivati: in questo caso le differenze sono minime se non nulle.
- Un equivalente in proteina vegetale equiparata al valore biologico, alla digeribilità e realmente appetibile, quindi legumi e tofu: che questo comporti un risparmio energetico e quindi di emissioni lo si dovrebbe dimostrare, perché le rese dei legumi all’ettaro sono molto basse, le loro proteine di scarso valore biologico, e le lavorazioni richiedono molta energia. lessare e inscatolare, o surgelare, o nel caso del tofu cagliare. Anzi sicuramente i piselli surgelati comportano un aumento dei consumi energetici rispetto alla carne e derivati locali freschi.
- Un equivalente in kilocalorie di ortaggi: questo è impossibile, bisognerebbe mangiare una rotoballa di insalata al giorno.
- Un equivalente in peso di ortaggi: l’equivalente in peso non ha alcun senso in un confronto tra due diete bilanciate. Comunque in questo caso se la verdura è fresca di stagione c’è sicuramente un risparmio energetico Se invece proviene da serre o dall’emisfero sud, potrebbe essere più energivora della carne locale fresca! Ricordo che la verdura imbustata può arrivare a costare 11-18 e/kg (ed è tutta acqua!) e a noi allevatori il suino lo pagano a 1,4 e/kg, al supermercato la carne suina va dai 6 agli 8 e/kg. Rendetevi conto che è la metà dell’insalata, e con i soldi che si potrebbero risparmiare sulle verdurine di serra lavate e inbustate, si potrebbero comprare trattori o migliaia di pompe per l’irrigazione nel terzo mondo dove fare il silomais a mano…..come dire: è un po’ difficoltoso.
Sempre nel fare i confronti tra le filiere agroalimentari delle due diete di riferimento bisogna considerare che i mangimi zootecnici sono costituiti dal 20 al 50% di sottoprodotti: paglia, crusca, siero di latte, residui della produzione di olio di semi, di zucchero, di birra, di succhi di frutta, di salse di pomodoro, di svariati residui della lavorazione di prodotti alimentari dalla pasta ai biscotti ecc.
Inoltre bisogna tener conto di tutto quello che si utilizza di un animale ( non si butta nulla) compreso: trippe, fegato, frattaglie, cotiche, lardo, dadi, gelatine, cibo per animali, cioè milioni di tonnellate di proteina animale, ma anche piumini, pellami, effluenti come concimi, ecc. perchè i prodotti alternativi a questi, hanno un costo energetico, che si deve per forza conteggiare, altrimenti si truccano i conti.
Nell’articolo sull’autorevole magazine non fanno nulla di tutto ciò.
Cito sempre l’articolo del corriere della sera:
” La conclusione dei due ricercatori è drastica quanto inevitabile: “Per invertire il devastante trend che sta inesorabilmente modificando il clima del pianeta Terra basterebbe sostituire i prodotti animali con quelli a base di soia o di altre colture vegetali. “Questo approccio avrebbe effetti molto più rapidi sulle emissioni di GHG e sull’effetto serra di qualsiasi altra iniziativa per rimpiazzare i combustibili fossili con energia rinnovabile”, affermano i due esperti. Non si tratta, insomma, dell’ennesima moda alimentare o imperativo etico-religioso ma di una condicio sine qua non per assicurarsi che il nostro meraviglioso pianeta esista ancora per i figli dei nostri figli. Prima che sia troppo tardi”
La gran parte delle affermazioni fatte sul magazine dell’istituto WWI sono errate o discutibili quindi “prima che sia troppo tardi” farò dei commenti sull’articolo che come altre recenti pubblicazioni, avrà sicuramente un peso sulle decisioni del prossimo summit di Copenaghen.
Robert Goodland e Jeff Anhang iniziano a conteggiare le emissioni dovute alla filiera zootecnica da un dato di un famoso rapporto FAO del 2006, (4) che non è stato sottoposto a nessuna revisione paritaria. In questo rapporto la FAO conteggia le emissioni di metano zoogenico come se fossero perturbazioni aggiuntive in atmosfera simili alle emissioni antropogeniche, il valore è circa il 18% delle emissioni antropogeniche totali.
Penso che non sia corretto perché:
- le emissioni zoogeniche calcolate dalla FAO sono quelle lorde, senza gli assorbimenti, ma il bilancio del carbonio deve essere uguale a zero, tanto ne entra negli animali con i vegetali, tanto ne esce dagli animali, che viene nuovamente captato dai vegetali, vedi Il metano zoogenico (5)
- questo vale anche per le emissioni di metano delle termiti e dei ruminanti selvatici, o per le emissioni di metano provenienti da tutti gli escrementi dell’intera massa vivente del regno animale, che esiste al mondo da qualche milione di anni. Se i calcoli fossero fatti come fa il WWI, in atmosfera ci sarebbe talmente tanto carbonio accumulato in questi milioni di anni, da rendere di fatto impossibili le ere glaciali applicando i valori delle forzanti attribuite dall’IPCC ai gas serra antropogeniche.
Inoltre nel magazine del World watch institute considerano il coefficiente GWP di equiparazione tra la CO2 e il metano come 72 e non come 21-25 come la FAO e l’IPCC, moltiplicando enormemente le emissioni zoogeniche. Per meglio definire l’apporto che i vari gas serra forniscono al fenomeno del riscaldamento globale, si è concepito il potenziale di riscaldamento globale (Global Warming Potential, GWP). Questo valore rappresenta il rapporto fra il riscaldamento globale causato in un determinato periodo di tempo (di solito 100 anni) da un gas serra ed il riscaldamento provocato dalla CO2 nella stessa quantità. Il GWP della CO2 è pari a 1 (vita media 100 anni), il metano ha GWP pari a 21-25 (vita media 8-12 anni). Il coefficiente per il metano pari a 72 si riferisce non ad un periodo di 100 anni ma di 20 anni, è più alto perché il peso del metano non è diluito sul lungo periodo. Secondo me però, questo potrebbe valere per il metano fossile, che viene scisso in CO2 che si accumula in atmosfera, ma non per quello zoogenico dove la CO2 è assorbita dai vegetali. Inoltre se si considerano solo 20 anni, tutti i parametri vanno rapportati a 20 anni, anche la deforestazione, la crescita zootecnica, e la crescita atmosferica del metano che però è quasi stabile da 20 anni.(5)
Quindi perchè si dovrebbe considerare il GWP a 72 quando in realtà la concentrazione reale del metano non è creciuta negli ultimi 20 anni?
L’IPCC sostiene che sul coefficente di GWP non c’è accordo scientifico e che il carbonio equivalente può essere indicativo, ma la forzante radiativa va calcolata facendo le somme di ogni gas, proprio perchè tra i gas serra antropogenici è diversa l’evoluzione nel tempo
<img src=”http://www.noaanews.noaa.gov/stories2006/images/methane-global-average-05-2006.jpg” alt=”Methane atmospheric” />
http://www.noaanews.noaa.gov/stories2006/images/methane-global-average-05-2006.jpg
Questo è un grafico del noaa sulle concentrazioni atmosferiche del metano
- sopra ci sono le concentrazioni, è evidente la stasi degli ultimi 10 anni, (in correlazione alle temperature) dal 90 al 2000 la crescita è stata di 40-50 ppb, dal 2000 al 2009 una decina, il ppb è una parte per miliardo, un millilitro in un metro cubo in pratica una traccia infinitesimale.
- Sotto invece il tasso di crescita annuo (global growth rate) decisamente in calo.
Come già detto, la crescita zootecnica è stata invece esponenziale negli ultimi 20 anni. E’ praticamente impossibile che siano corrette le stime sul referenziato World watch magazine che cito:
“Il tonnellaggio dei prodotti animali dal 2002 al 2009 è aumentato del 12% questo deve dare un proporzionale aumento delle emissioni di gas serra”
Invece il tasso di crescita del metano atmosferico negli stessi anni è decisamente in decrescita.
Al calcolo della FAO delle emissioni zoogeniche, già di per sé discutibile, i due ricercatori americani sommano le emissioni dovute a:
- respirazione degli animali
-deforestazione
- produzione foraggi e mangimi
- refrigerazione trasporto e cottura dei cibi
Arrivando al 51% del totale delle emissioni antropiche che significa l aprima causa del riscaldamento globale.
Come ci arrivano, e perché tutto questo calcolo è discutibile, lo vedremo nella seconda parte.
RIFERIMENTI
1) http://route66.corriere.it/2009/10/la_bistecca_che_distrugge_il_p.html
2) http://www.worldwatch.org/files/pdf/Livestock%20and%20Climate%20Change.pdf
3) http://www.ajcn.org/cgi/reprint/78/3/660S.pdf David Pimentel and Marcia Pimentel Sustainability of meat-based and plant-based diets and the environment J Clin Nutr 2003;78(suppl):660S–3S
4) http://meteo.lcd.lu/globalwarming/FAO/livestocks_long_shadow.pdf FAO: “Livestock’s long shadow”
5) http://www.climatemonitor.it/?p=4810
“Il metano zoogenico”
Parte seconda
RESPIRAZIONE
Gli autori affermano che la respirazione degli animali zootecnici equivale al 21% del totale delle emissioni di gas serra antropogenici.
Cito: “Carbon dioxide fromlivestock respiration accounts for 21 percent of anthropogenic GHGs worldwide”
Questo è molto discutibile, la respirazione degli animali, ma anche degli umani, non è mai stata considerata una perturbazione aggiuntiva da nessuno, perchè tutto il carbonio emesso dalla respirazione deve essere esattamente uguale al carbonio prelevato dai vegetali che hanno nutrito uomini e animali, è un ciclo annuale cioè brevissimo. Nell’articolo del WW magazine giustificano queste emissioni aggiuntive dicendo che decine di miliardi di animali zootecnici emettono moltissima CO2, mentre la capacità fotosintetica della terra è fortemente diminuita con la deforestazione, e affermano che il pascolo assorbe meno CO2 della foresta. Il ragionamento è assolutamente privo di logica e di scientificità: il carbonio della respirazione degli animali zootecnici e della fermentazione dei loro effluenti deve essere indiscutibilmente esattamente uguale a quello captato dai vegetali.
DEFORESTAZIONE
Alle emissioni conteggiate finora aggiungono quelle della deforestazione, sottraendo lo stock di carbonio contenuto nel corpo degli animali. Anche questo è discutibile perché pascoli e colture agricole, e effluenti zootecnici, cioè letami, liquami, e polline, trattengono una enorme quantità di carbonio. Va stornata dalla stima anche la quota di carbonio che dai prodotti animali è diventata parte del corpo delle persone durante la recente crescita demografica. Inoltre per un confronto serio bisognerebbe calcolare non la deforestazione totale, ma la differenza della deforestazione dovuta ai terreni usati per la zootecnia e quella dovuta ai terreni usati per una dieta alternativa. Non sono calcoli semplici. Non fanno nulla di tutto ciò.
Solo le foreste giovani e in accrescimento captano la CO2 e la immagazzinano nella biomassa della foresta (carbon stock), le foreste mature, cioè in equilibrio, non alterano la concentrazione di carbonio atmosferico. Invece le colture agricole per sostenere la zootecnia captano molto carbonio perchè le produzioni sono incentivate da lavorazioni, concimazioni e irrigazioni. Facendo un confronto di crescita: un ettaro di silomais ( foraggio per bovini) ha un fabbisogno in azoto che è quasi 4 volte il fabbisogno di un ettaro a pioppo, che cresce comunque più velocemente di una foresta spontanea, perché coltivato.
I due scienziati danno per certo che:
- il terreno agricolo e i pascoli siano stati ottenuti tramite deforestazione: ma non è così, molti pascoli e terreni erano originariamente praterie, malghe, paludi, steppe, tundre o savane, dove non riesce a crescere una foresta. La zootecnia sfrutta molte zone altrimenti improduttive, dove non si possono crescere che erba, licheni, arbusti ecc
- la deforestazione attuale sia dovuta alla ricerca di nuovi pascoli e terreni agricoli per la produzione di mangimi: ma anche questo non è vero, in Indocina-Indonesia stanno distruggendo la foresta pluviale prima per ricavarne una rendita, e poi per farne piantagioni di palma da olio. In Africa lo fanno solo per la rendita, in Brasile è vero solo in parte, perché dove c’erano milioni di ettari di foresta adesso ci sono piantagioni di eucalipto e di canna da zucchero, e ultimamente di mais per etanolo.
Alle emissioni dovute alla deforestazione Robert Goodland e Jeff Anhang aggiungono le emissioni prodotte dai combustibili fossili, per produrre la stessa quantità di energia che si potrebbe ottenere dalle colture bioenergetiche, coltivate proprio sui terreni ora destinati alla zootecnia. Il ragionamento è talmente contorto da rasentare la fantaeconomia. Tra l’altro reputo le bioenergie la scelta energetica più sbagliata perché determinano competizione alimentare, non sono energie pulite e hanno costi del kWh più elevati da un fattore 5 a 20..
I due consulenti ambientali-bancari fanno i seguenti errori:
- non fanno il confronto con una dieta alternativa, che necessita comunque di terreni agricoli
- non calcolano che su gran parte dei pascoli nulla cresce di bioenergetico, e che gran parte dei mangimi sono sottoprodotti che vanno stornati
- danno per scontato che i politici dell’intero pianeta sostengano con incentivi la produzione di bioenergie su milioni di ettari.
- non considerano che milioni e milioni di ettari sono coltivati per prodotti non alimentari o non strettamente necessari alla vita: carta, legnami, alcolici, tabacco, caffè, thè, e colture tessili, e non fanno alcun cenno alla necessità di diminuirne i consumi.
Molte azioni potrebbero evitare la ricerca di nuove terre da coltivare e quindi la deforestazione, ma nell’articolo non ne fanno cenno. Ad es:
- L’irrigazione e la meccanizzazione di tutti gli attuali terreni agricoli nei paesi in via di sviluppo che potrebbero aumentare enormemente la quantità di calorie prodotte sul pianeta.(secondo me questa dovrebbe essere la via degli aiuti)
- la transizione graduale delle culture alimentari legate al riso ad altri cereali con produzioni ettaro più elevate come il mais, o che necessitano meno acqua come il grano.
- la coltivazione di alghe, da foraggio o da biomassa energetica, sia direttamente in mare, sia in alternativa all’attuale depurazione dei reflui urbani.
EMISSIONI DELLA FILIERA AGROALIMENTARE
I due consulenti stimano a spanne le emissioni dei consumi energetici della filiera agroalimentare delle proteine animali compreso la produzione di alghe per mangimi, e i consumi dell’itticoltura. Ma non fanno il confronto scientifico descritto nella prima parte, fanno invece il conteggio di tutte le emissioni senza confrontare la filiera alternativa che potrebbe essere diversa di poco in equipollenza proteica. Si limitano a fare conclusioni approssimative e molto discutibili sul fatto che i cibi a base di proteine animali, rispetto a una dieta in equivalenza calorica necessitano di :
-più energia per produrre mangimi e foraggi: dipende sempre dal tipo di confronto, in equivalenza calorica serve sicuramente più energia, ma anche la filiera della pasta o del riso è lunga, sintetizzare concimi minerali, arare, erpicare, seminare, diserbare trebbiare, stoccare, macinare, impastare, essiccare, imballare, trasportare e cuocere.
Citano il seitan che è ottimo, ma secondo me non sanno di cosa parlano, perché ci vogliono 10 kg di grano per fare 1 kg di seitan in ss, mentre con 10 kg di mangime faccio 3 kg di pollo, il seitan in confronto è un spreco.
- una cottura più lunga e più intensa: non mi risulta affatto, anzi latte uova, carne e salumi si possono mangiare crudi (o stagionati) mentre piselli, fagioli patate, pane, pasta e riso, no.
- un maggior raffreddamento : come se frutta e verdure, tofu e seitan, non venissero refrigerati e surgelati (piselli, minestroni, spinaci ecc) tra l’altro citano i CFC vietati da decenni.
- più imballaggi : come se:
- i legumi non fossero in lattina,
- i succhi di frutta e il latte di soia nel tetrapak come il latte vaccino,
- molte verdure confezionate nelle vaschette come la carne
- tofu e seitan non fossero confezionati come i salumi e i formaggi
- più energia per smaltire i sotto prodotti pelli, piume, lana, e effluenti: ma queste sono risorse non costi, anzi vanno conteggiate nei confronti perché sono da sostituire. Nell’articolo non c’è alcun cenno alla possibilità di concimare con concimi rinnovabili, cioè ottenuti dagli effluenti urbani e zootecnici e da tutti i rifiuti organici urbani, zootecnici e industriali, previa recupero dell’energia residua che è anche un modo per sanificarli e stabilizzarli. (biogas o gassificazione)
A questo riguardo c’è una mia proposta alla regione Lombardia e al ministero di condizionare il premio PAC all’uso di concimi rinnovabili.
Poi sul magazine si fanno le solite accuse infondate all’alimentazione con proteine animali come causa di malattie (ipertensione, arteriosclerosi e cancro al colon), che invece sono le stesse che colpiscono i vegetariani obesi ( il 20% dei vegetariani inglesi) e che riguardano l’eccesso di cibo e di calorie e la carenza di fibra, non la proteina animale che è l’alimento più digeribile per l’uomo, viene infatti usato negli omogeneizzati, nelle diete agli infartuati e in quelle ipocaloriche.
Concludono che:
- stranamente limitare la zootecnia non è ancora una priorità per i politici mentre lo dovrebbe essere
- il marketing sui bambini nelle scuole per convincerli ad assumere sostituti delle proteine del latte, come yogurt gelati e merendine alla soia dovrebbe essere una priorità.
- servirebbe una tassa sulle proteine animali perché per loro è il modo migliore di combattere i cambiamenti climatici.
- nei supermercati i sostituti vegetali delle proteine animali dovrebbero essere negli scaffali centrali in vista, e che nel banco frigo fianco a fianco alla carne, al pesce, e ai formaggi, ci dovrebbero essere prodotti sostitutivi..
- banche e finanziatori non dovrebbero finanziare la filiera zootecnica
Sono addirittura commuoventi quando si preoccupano dei lavoratori del settore zootecnico, come me, che secondo loro andrebbero riqualificati per produrre alimenti sostitutivi. ( io riqualificherei loro invece)
Tutto questo per evitare che eventi estremi come Katrina (non potevano esimersi dal citarlo) aumentino di numero e di intensità portando al disastro climatico ( anche la parola disastro climatico non poteva mancare in un rapporto come questo)
Il vero disastro che vedo io, è l’articolo del corriere della sera che cita un’autorevole magazine, dove degli scienziati di una banca fanno stime con metodologie discutibili lanciando accuse tremende alla zootecnia.
La spesa alimentare per gli occidentali è solo il 10% del totale della spesa annua, quella delle proteine animali è solo una parte di questo 10% è molto singolare che ridurre le proteine animali sia considerata la priorità per salvare il pianeta dal disastro.
Figure 1. Atmospheric methane concentrations, 1985-2008, with the IPCC methane projections overlaid (adapted from: Dlugokencky et al., 2009)
http://www.worldclimatereport.com/wp-images/methane09_fig1.JPG
Come vedete la concentrazione di metano sembra seguire più le temperature, che le stime dell’IPCC.
La realtà sembra smentire le stime sul prestigioso World watch magazine.
Questa invece è la critica allo stesso articolo comparsa sul blog climalteranti
Emissioni dall’agricoltura: attenzione alle differenze
Recentemente é stato pubblicato dal Worldwatch Institute l’articolo “Livestock and Climate Change” in cui viene analizzato l’impatto degli allevamenti animali, considerando l’intero ciclo di vita, sulle emissioni globali di gas-serra. Tale analisi attribuisce al comparto zootecnico il 51% delle emissioni globali di gas-serra.
Si tratta di una stima molto diversa da quella riportata nel rapporto FAO del 2006, in cui pure era stato messo in rilievo il contribuito del comparto zootecnico alle emissioni globali dei gas-serra: gli allevamenti di bestiame erano stati indicati come responsabili del 18% delle emissioni globali di gas serra. D’altra parte, il Fourth Assessment Report (AR4) dell’IPCC evidenza che il 13,5% delle emissioni globali di gas-serra sono prodotti dall’agricoltura; tale elevato contributo, riportato dall’IPCC, è certamente dovuto al peso rilevante delle emissioni dai paesi in via di sviluppo, per i quali i settori economici primari, e in primo luogo l’agricoltura, hanno una importanza primaria sia dal punto di vista economico, sia da quello delle emissioni di gas-serra (si veda figura 1).
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A seguito della ratifica della Convenzione sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) e del relativo Protocollo di Kyoto, ogni paese membro è tenuto alla preparazione dell’inventario nazionale delle emissioni, adottando la metodologia IPCC per garantire la comparabilità delle stime tra i diversi paesi. L’inventario nazionale delle emissioni è suddiviso in 6 settori (Energia, Processi industriali, Solventi, Agricoltura , LULUCF (Land use, Land use change and Forestry), e Rifiuti); il settore Agricoltura prevede la stima delle emissioni di metano (CH4) e protossido di azoto (N2O) per le seguenti categorie: fermentazione enterica [4A], gestione delle deiezioni animali [4B], suoli agricoli [4D], coltivazione delle risaie [4C] e combustione dei residui agricoli [4F]. Le emissioni di questi due gas-serra di origine agricola, vengono calcolati a partire da indicatori statistici di attività (statistiche ufficiali) e fattori di emissione, che includono le peculiarità presenti in ogni paese. Le emissioni di anidride carbonica (CO2) correlate al comparto agricolo vengono invece stimate e riportate nel settore LULUCF.
Un primo punto critico, inerente all’analisi riportata nell’articolo “Livestock and Climate Change”, è relativo alla metodologia utilizzata per il computo delle emissioni di gas-serra, che tenendo conto dell’intero ciclo di vita e della catena alimentare degli animali allevati per l’alimentazione umana, arriva a sostenere come, finora, le emissioni di gas-serra siano state fortemente sottostimate. Tale modalità di calcolo delle emissioni (ciclo di vita/catena alimentare) non è comparabile con la metodologia adottata in ambito UNFCCC/Protocollo di Kyoto, per il motivo fondamentale che, negli inventari nazionali di gas-serra, le emissioni correlate, indirettamente, con gli allevamenti animali vengono stimate e riportate nei settori appropriati. Ad esempio, le emissioni di gas-serra relative all’utilizzo di terre per il pascolo o per la produzione di alimenti per gli animali vengono infatti riportate nei settore LULUCF (CO2) e Agricoltura (N2O).
Un’altra criticità dell’articolo in esame è dovuta al fatto che, nel computo delle emissioni di gas-serra relative al comparto zootecnico, vengano sommate le emissioni derivanti dalla respirazione degli animali (emissioni di CO2). In ambito UNFCCC/Protocollo di Kyoto la respirazione degli animali non viene conteggiata, così come la respirazione degli umani o la respirazione delle piante: negli inventari vengono infatti stimate solo le emissioni che sono direttamente connesse con le attività umane e che costituiscono dei contributi realmente aggiuntivi per l‘atmosfera. Lo scopo degli inventari è infatti la stima delle emissioni e degli assorbimenti di gas-serra di origine antropica, al fine di comparare i comportamenti emissivi dei diversi paesi e di definire politiche e misure che abbiano degli effetti (misurabili) in termini di riduzione delle emissioni.
Un aspetto singolare dell’analisi proposta è quello relativo al potenziale di riscaldamento globale (Global Warming Potential, GWP, in rapporto al potenziale dell’anidride carbonica (CO2); i GWP vengono utilizzati per convertire le emissioni di altri gas-serra in termini di CO2 equivalente (l’anidride carbonica equivalente, CO2-eq), per definizione è la quantità di emissioni di CO2 che causerebbe lo stesso forzante radiativo di una quantità emessa di un gas-serra ben mescolato, oppure un insieme di gas-serra ben mescolati, tutti moltiplicati per il loro rispettivo potenziale di riscaldamento globale per considerare i diversi tempi di residenza in atmosfera. Attualmente, per riportarle in termini di CO2-eq, il GWP utilizzato per l’ N2O è pari a 310, mentre le emissioni di CH4 vengono moltiplicate per un GWP pari a 21, coerentemente con quanto previsto dalla metodologia IPCC per la redazione degli inventari nazionali di gas-serra. L’utilizzo di uno standard per i GWP relativi a diversi gas-serra è una condizione necessaria per garantire la comparabilità degli inventari (e quindi delle emissioni) dei diversi paesi.
I GWP utilizzati a livello internazionale sono riferiti ad un arco di tempo pari a 100 anni, così come definito dall’IPCC nel Second Assessment Report (SAR) e confermato nel Fourth Assessment Report (AR4). Nell’articolo viene utilizzato un GWP, relativo al metano pari a 72, con riferimento ad un arco temporale di 20 anni; tale arbitraria decisione rende, di fatto, non comparabile le stime a cui si giunge con quanto si riporta a livello internazionale. Esiste, in ambito scientifico, una discussione sull’utilizzo di valori diversi del GWP, come ad esempio nelle Common metrics, new gases and the 2006 IPCC guidelines, ma l’utilizzo di metodologie e standard condivisi resta il presupposto imprescindibile per una condivisione e comparazione delle emissioni di gas-serra dei diversi paesi. Usare un GWP di 72 anziché di 21 comporta una sovrastima drastica delle emissioni di metano, di circa 3 volte e mezzo.
Nel 2007, secondo il rapporto dell’Agenzia Europea dell’Ambiente, il principale settore emissivo dell’Ue-27 è quello energetico che ha comportato il 79% delle emissioni totali dei gas-serra; mentre il secondo contributo è dato dall’agricoltura (9,2%). Il confronto dei dati è reso possibile dal comune uso della metodologia IPCC. Per l’Italia, secondo le ultime stime dell’inventario nazionale dei gas-serra, comunicate dall’ISPRA (ex-APAT) all’Unione Europea e al Segretariato dell’UNFCCC, l’agricoltura ha contribuito per il 6,7% alle emissioni nazionali di gas-serra; in particolare, il 2,8% è dovuto agli allevamenti del bestiame (emissioni dai processi digestivi degli animali e dalla gestione delle deiezioni). Decisamente più rilevante, rispetto al quadro globale, è il contributo del settore energetico (83%). In figura 1 vengono riportate le emissioni di gas-serra prodotte dall’agricoltura per i paesi Annex I e alcuni paesi non-Annex I. Questi ultimi sono tenuti a preparare gli inventari nazionali, coerenti con le linee guide IPCC, e ad includere le emissioni di gas-serra nella Comunicazione Nazionale trasmessa all’UNFCCC. Nella figura 2 viene riportato il contributo delle emissioni di gas-serra prodotte dall’agricoltura rispetto al totale nazionale per diversi paesi del mondo.
Si può vedere come pur se per alcuni paesi il contributo delle emissioni agricole è molto consistente, a livello globale si è molto lontani da quanto proposto dal Worldwatch Institute.
Dott. Claudio Costa
Veterinario allevatore
Località Schiaffinata, 5
27017 Pieve Porto Morone (PV)
tel. 0382728298
cel. 3339118375


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